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Mangiare due mele al giorno fa bene e riduce di un terzo il rischio di tumore al colon retto
Vera Lanza, N. 8/9 agosto/settembre 2010
Buona, leggera e ricca di virtù. Che la mela faccia bene non è una novità, ma che allontani il rischio di ammalarsi di cancro è una scoperta che si deve a uno studio multicentrico, pubblicato recentemente sulla rivista Annals of Oncology. La mela si rivela come un frutto al passo coi tempi che, secondo studi scientifici effettuati in Italia e all'estero, fa bene e fa belli. Un consumo regolare di mele, infatti, pulisce i denti, previene l'invecchiamento e tonifica il viso, toglie la fame, e può aiutare a prevenire le malattie vascolari. Ma, soprattutto, mangiare mele riduce di un terzo l’incidenza del tumore del colon retto. Lo ha dimostrato una recente ricerca dell’Istituto ‘Mario Negri’ di Milano. A un consumo elevato di proantocianidine, la classe principale di polifenoli della mela, è associato un ridotto rischio di tumore del colon-retto. E anche stando ai risultati di diversi studi, condotti in Italia negli ultimi anni il rischio di tumore nei consumatori di mele risulta diminuito del 21% per il cancro del cavo orale, del 25% per il cancro esofageo, del 20% per il cancro del colon retto, del 18% per il cancro della mammella, del 15% per quello ovarico e del 9% per quello della prostata. Quindi due mele al giorno tolgono l’oncologo di torno. La fibra solubile contribuisce poi al controllo del livello di glucosio del colesterolo nel sangue, mentre il succo di mela fresco ha proprietà rassodanti. Gratificato anche il senso del gusto per l’alta versatilità in cucina di questo frutto, da alcuni chef abbinato con successo alla bottarga, e non solo. Per tutti questi motivi, come sottolineato dal presidente dell’Inran (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione) Carlo Cannella in un incontro promosso a Roma da Assomela “è auspicabile una campagna informativa per il non abbandono della dieta mediterranea, e della frutta e verdura in particolare nei pasti quotidiani, per abbassare il rischio di patologie oncologiche e preservare gusto e biodiversità”. Nel mondo esistono ottomila varietà di mele, ma le prime 15 - dalla Renetta alla Golden Delicious e Fuji - rappresentano il 90% del mercato globale, con il Cile che ha il primato nell’export. Sulla promozione di un consumo moderno delle mele, sono incentrate le campagne informative realizzate da Assomela, Interfel e Dutch Produce Association, e finanziate per 3,7 milioni di euro con il contributo (50%) dell’Unione europea, di tre Paesi (Italia, Francia, e Olanda) e dei produttori. «Una promozione che - ha detto il presidente di Assomela Ennio Magnani - ha fatto scoprire i tanti piaceri del gusto fatto a spicchi nelle mense di stabilimenti industriali italiani della Benetton, Volkswagen, Fiat e Magneti Marelli. E in 14 palestre di tendenza a Milano, Genova e Bologna». È bene sapere che 100 grammi di mela equivalgano solo a 45-55 calorie. La fibra, oltre a dare senso di sazietà, nutre la flora batterica ‘benefica’ nell’intestino (effetto prebiotico), un lassativo che riduce il rischio che compaiano alcune malattie, come la diverticolosi del colon, e alcune patologie degenerative. In Italia, ha precisato il direttore di Assomela, Alessandro Del Piaz, gli ettari coltivati a mele sono 50mila per opera di circa 20mila produttori, per lo più piccoli. «Il 40% delle aziende - ha detto Del Piaz - ha orti più che terreni, quasi un’attività hobbystica concentrata in Trentino dove operano ottomila imprese e in Alto Adige dove sono attive 8.600 aziende agricole, più pochi grandi marchi al Nord». «Il consumo pro-capite di mele - ha concluso Magnani - è fermo in Italia a 15 chili, contro i 35 della Germania. Se i nostri consumatori aumentassero gli acquisti di un chilo l’anno, noi saremmo a posto».
Lo studio del mario negri
Secondo uno studio dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano (condotto su 1.953 pazienti affetti da tumore al colon-retto, con un’età compresa tra i 19 e i 74 anni) la mela, con le sue proprietà antiossidanti, ridurrebbe del 30% il rischio del tumore al colon-retto. Fulcro di tutta la ricerca è l’azione delle proantocianidine, le sostanze presenti in tutte le mele, in particolare sulla buccia, che contribuiscono in modo significativo all'attività antiossidante di questi frutti. Un’alimentazione ricca di proantocianidine, insieme a una dieta corretta ed equilibrata, proteggerebbe, quindi, dal rischio di insorgenza di queste patologie. Nei prossimi mesi i risultati emersi da questo studio verranno fatti conoscere ai consumatori italiani grazie alle attività programmate dalla campagna informativa “La Mela. Il frutto dei molti piaceri”, giunta al suo ultimo anno di attività. Finanziata con il contributo della Comunità Europea di Italia, Francia e Olanda e realizzata da Assomela, Interfel e Dutch Produce Association, la campagna ‘La mela. Il frutto dei molti piaceri’ è nata proprio per diffondere tra i consumatori una maggiore consapevolezza sull'importanza di mangiare bene, evidenziando l'importante ruolo della mela in un corretto regime alimentare.
Fumare aumenta rischio di cancro al colon
Fino a poco tempo fa era solo un sospetto. Ora a sbilanciarsi è l'International Agency for Research on Cancer, che ha cambiato la sua posizione ufficiale sul legame tra fumo e cancro al colon: mentre le prove a sostegno di questa tesi prima erano considerate ‘limitate’, oggi si possono ritenere ‘sufficienti’. Negli anni passati era già stato lanciato l’allarme, dopo che tra i fumatori era stato osservato un numero di tumori dell’ultimo tratto dell’intestino maggiore rispetto a quello riscontrato in chi non fumava. Ma le modalità con cui erano condotti questi studi non permettevano di formulare un giudizio risolutivo, perché c’erano molti altri fattori a confondere le acque: chi fuma di più può essere meno attento a un’alimentazione sana e ricca di frutta e verdura oppure può fare meno attività fisica o ancora, statisticamente, eccede più spesso con l'alcol, solo per fare degli esempi. Tre epidemiologi dell'American Cancer Society, riferisce l'Airc, hanno quindi deciso di fare chiarezza, seguendo per 13 anni più di 184.000 persone che inizialmente non avevano alcun segno della malattia, con uno studio pubblicato sul numero di dicembre 2009 di Cancer Epidemiology Biomarkers& Prevention, tutto dedicato ai danni del tabacco. Nell'indagine, Michael J. Thun e i suoi collaboratori hanno tenuto conto non solo del fatto che i partecipanti fossero o no fumatori, ma anche di come e quanto mangiavano, di cosa e quanto bevevano, se si sottoponevano ai controlli periodici e di altri possibili fattori di rischio, 13 in tutto, aggiornandoli periodicamente. Alla fine dell'osservazione è risultato evidente che, anche tenendo conto di tutte le variabili, chi fumava aveva una probabilità maggiore del 27 percento di sviluppare un tumore del colon rispetto a chi non aveva mai preso questa abitudine; tra chi era riuscito a smettere, il rischio scendeva un po’, ma restava del 23 percento superiore a quello dei non fumatori. A fare la differenza è il tempo: più a lungo l’organismo è stato esposto alle sostanze nocive e maggiore è il rischio (38 percento in più il massimo, per chi fuma da almeno 50 anni). Vale comunque sempre la pena di smettere e di farlo il prima possibile: il rischio infatti scende progressivamente quanto più tempo passa dall'ultima sigaretta e quanto più si è giovani al momento in cui si prende la saggia decisione di spegnerla. Se lo si fa prima dei 40 anni, ogni pericolo per il colon sembra svanire. Se ci si riesce più tardi, secondo i calcoli dei ricercatori statunitensi, bisogna aspettare una trentina di anni per vedere tornare le proprie probabilità di tumore dell'intestino al livello di chi non ha mai fumato.
News dalla ricerca: L’Emea approva un farmaco per il trattamento adiuvante
L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMEA) ha approvato capecitabina in combinazione con oxaliplatino (associazione conosciuta come XELOX) per il trattamento adiuvante (post-chirurgico) dei pazienti affetti da tumore del colon in stadio iniziale. L’approvazione si basa sui risultati dello studio NO16968 (XELOXA), uno dei più vasti effettuati su pazienti con tumore del colon di fase III che ha dimostrato come i pazienti che hanno assunto XELOX subito dopo l’intervento chirurgico hanno avuto una sopravvivenza libera da malattia più lunga rispetto a quella dei pazienti trattati con regime chemioterapico 5-fluorouracile/leucovorin. La sopravvivenza libera da malattia a 3 anni nei pazienti che hanno ricevuto XELOX è stata superiore a quella del braccio trattato con 5-FU/LV. «L’approvazione di XELOX per il trattamento adiuvante del tumore del colon in stadio iniziale è un’ottima notizia per i pazienti che ora possono aggiungere i benefici e la praticità di assunzione di capecitabina orale in una terapia di combinazione per questa malattia potenzialmente curabile se diagnosticata e trattata precocemente», ha dichiarato Pascal Soriot, Chief Operating Officer (COO) di Roche Pharmaceutical. A seguito dell'approvazione nell’unione Europea, sono previste estensioni delle indicazioni di XELOX in altre aree del mondo. La monoterapia con capecitabina è già approvata per l’uso post-chirurgico nei pazienti affetti da tumore del colon in tutto il mondo, inclusi Europa, Stati Uniti e Giappone. «Sono felice del fatto che XELOX sarà ora disponibile per i pazienti con tumore del colon in stadio iniziale, soprattutto perché è in questo stadio della malattia che abbiamo le migliori possibilità di cura» afferma Hans-Joachim Schmoll, University Clinic for Internal Medicine IV di Halle, Germania, uno degli sperimentatori principali dello studio. «Disporre di una varietà di opzioni di cura - aggiunge Schmoll - significa offrire a più pazienti la possibilità di sopravvivere senza che la malattia si ripresenti e di poter guarire». Il tumore del colon-retto è la seconda causa di morte per cancro in Europa e il terzo tipo di tumore più diffuso nel mondo.
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