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Gli Italiani e il cancro del colon retto

Cristina Mazzantini, N. 10 ottobre 2010

Il 93 percento degli italiani sa quanto sia importante adottare comportamenti di prevenzione dei tumori, ma solo uno su dieci si sottopone con regolarità ai controlli di screening necessari per prevenire un tumore del colon retto. È quanto emerge dall’indagine - promossa dalla Fondazione Cesare Serono e condotta dalla SWG su 1.800 persone d’età superiore ai 30 anni - relativa alla conoscenza e al vissuto degli italiani sul tumore del colon retto. Che, secondo le ultime statistiche internazionali, rappresenta il terzo tipo di cancro al mondo per diffusione e la seconda causa di morte in Europa. In Italia questa neoplasia causa il decesso di 10.000 persone ogni anno, mentre almeno altri 20.000 nuovi casi sono diagnosticati. Circa 3 italiani su 4, dunque, non hanno mai praticato alcun controllo per la prevenzione del tumore del colon retto e non si sottopongono ai test perché temono l’invasività e il disagio causato dagli esami (il 22 percento tra chi non è propenso a sottoporsi a esami di prevenzione), o semplicemente per paura. Un elemento determinante nell’influenzare la scelta di uno screening è sicuramente il parere del medico: il 79 percento degli italiani si sottoporrebbe a controlli periodici per la prevenzione del tu-more del colon retto, se fosse il proprio medico di fiducia a indicarne la necessità. Se fosse invitato, poi, il 73 percento degli intervistati sarebbe disponibile a partecipare a un programma gratuito di screening. Infatti, nonostante sia fortemente aumentato il numero delle iniziative per la prevenzione della patologia sia a livello nazionale che a livello regionale, la maggior parte degli italiani non ne ha mai sentito parlare (58 percento), soprattutto al Sud e nelle Isole, dove il 74 percento delle persone ignora qualsiasi iniziativa. Gli italiani riconoscono, comunque, il valore informativo di queste campagne: il 78 percento, infatti, le ritiene utili nel trasmettere informazioni alla popolazione, mentre il 67 percento le considera importanti per modificare real-mente lo stile di vita e comportamenti. «Ci auguriamo che quest’indagine contribuisca ad aumentare il grado di allerta della popolazione nei confronti di una delle neoplasie più diffuse e più gravi», ha dichiarato il direttore generale della Fondazione Cesare Serono, Gianfranco Conti. «La scarsa attenzione degli italiani nei confronti della prevenzione impone di adottare misure adeguate ad aumentare il livello d’informazione su questa patologia. In questo senso anche la Fondazione s’impegnerà a promuovere iniziative», ha proseguito sempre il dottor Conti, «destinate a favorire una maggior consapevolezza delle opportunità offerte da una corretta e costante prevenzione». La maggior parte degli italiani (55 percento) dichiara quindi di non conoscere o conoscere poco il cancro del colon retto. Eppure, secondo la migliore letteratura, esso si attesta nei Paesi fortemente industrializzati al secondo posto per incidenza nelle donne e al terzo posto per gli uomini. La percezione dei nostri concittadini è che si tratti di un tumore prettamente “maschile”. Solo il 5 percento ritiene che la patologia sia diffusa fra le donne. Questa cifra, così allarmante per gli esperti, trova confer-ma anche nei dati del rapporto AIRC. Il rapporto è stato diffuso alla stampa in occasione dell’ultima iniziativa per la ricerca del 9 maggio scorso, durante la quale è stato sottolineato come l’incidenza di alcuni tumori, considerati in precedenza maschili, stia aumentando notevolmente anche nelle donne, soprattutto per il cambiamento degli stili di vita e delle abitudini alimentari. L’indagine della Fondazione Serono ha evidenziato la scarsa conoscenza di alcuni sintomi della patologia: la maggior parte degli intervistati (il 73 percento) riconosce esclusivamente i sintomi più noti (l’età e la presenza di sangue nelle feci), mentre pochissimi altri riconoscono la stanchezza pronunciata (il 14 percento) e la presenza di noduli addominali palpabili. Secondo il professor Paolo Marchetti, Ordinario di Oncologia medica e direttore del-la UOC Medica Ospedale Sant’Andrea di Roma, «La vaghezza dei sintomi, che spesso sono molto simili a quelli di molte altre patologie intestinali, purtroppo è la causa di una diagnosi spesso tardiva e in molti casi negativa: un paziente su 4, infatti, si presenta al controllo solo quando la patologia è a uno stadio già avanzato e quando il tumore si è diffuso ad altri organi, attraverso la metastasi. Un’attenzione maggiore ai sintomi e l’adesione costante a un programma di screening», ha chiarito il professor Marchetti, «migliorerebbe sicuramente la prognosi di questo tipo di tumore».
Tra i comportamenti da evitare, per prevenire un tumore del colon retto, solo un italiano su cinque individua il fumo, la sedentarietà e l’alcool, nonostante numerosi studi li includano tra i maggiori fattori di rischio. Sugli avanzamenti della ricerca, l’Italia è poi divisa in due. Per metà degli intervistati, infatti, la scienza ha compiuto enormi passi avanti, mentre il 18 percento degli intervistati sostiene che la scienza non abbia fatto progressi, o comunque che essi siano stati poco significativi, e il 32 percento non assume alcuna posizione, non rispondendo alla domanda. Inoltre, nonostante i grandi progressi compiuti dalla ricerca scientifica, il tumore del colon retto è ancora considerato uno tra i meno curabili, dopo quelli al polmone e al pancreas.
Un esempio di come sia fortemente carente la consapevolezza relativa ai progressi medici è un dato di fatto che solo due italiani su dieci conoscono le terapie personalizzate, le terapie oncologiche fortemente all’avanguardia, ovvero quelle che hanno migliorato in modo significativo i risultati nella lotta contro il cancro. E ancora, per poter somministrare un trattamento personalizzato al paziente è necessario effettuare un prelievo di tessuto tumorale che verrà poi sottoposto ad analisi genetica. Nonostante questo tessuto rimanga di proprietà del paziente, solo l’8 percento è sicuro che il paziente sia informato di questo suo diritto. Per raccogliere informazioni relative sulla ricerca oncologiche e le nuove terapie, gli italiani prediligono sicuramente internet, mezzo d’informazione scelto dal 69 percento degli intervistati, seguito dal medico di base che è considerato la fonte preferita dal 62 percento. Solo due intervistati su dieci ritengono che sia diffusa tra tutti i medici l’abitudine a dare spiegazioni dettagliate su: accertamenti ed esami necessari in caso di tumore; caratteristiche della patologia; effetti collaterali del trattamento e possibilità terapeutiche con i pro e i contro. Il 40 percento degli intervistati dichiara di non comprendere a fondo quello che viene loro comunicato dai medici sulla patologia, considerando il linguaggio utilizzato poco comprensibile e non adatto alle condizioni socio-culturali dell’interlocutore. Ciò dimostra che troppo spesso i pazienti considerano l’atteggiamento dei medici molto freddo e distaccato, capace a volte di acuire il forte senso di disorientamento del malato causato dal tumore.

Tumori, biotecnologie, nuove frontiere nella lotta al cancro
Si chiama “Avis dona salute” il progetto presentato dal presidente del Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, il professor Leonardo Santi. L'iniziativa costituisce la prima ricerca scientifica sui biomarcatori tumorali condotta su soggetti sani monitorati nel tempo, e aprirà nuove frontiere nella lotta al cancro, alla prostata e all’ovaio, permettendo di leggere con anticipo e precisione i segnali della malattia. Grazie a tale iniziativa potrà essere costituita una biobanca, con sede a Venezia, e unica nel suo genere, con circa 1.200.000 campioni a disposizione della ricerca. Il progetto, che ha ottenuto il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è nato dalla cooperazione tra: Fondazione nazionale per la ricerca contro il cancro (Abo), l’Avis nazionale, la Lega italiana lotta contro i tumori (Lilt), la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), la Società italiana di urologia oncologica (Siuro), l’Associazione ginecologi extra-ospedalieri (Ageo) e il Centro regionale indicatori biochimici di tumore afferente alla Ussl12 veneziana (Cribt Veneto).

Cancro al colon: la ?ora intestinale rivela chi è a rischio
La colonscopia potrebbe diventare un brutto ricordo se fossero confermati i dati di uno studio condotto dall’University of Florida e presentati nel corso del General Meeting of the American Society for Microbiologo, tenutosi recentemente a San Diego (USA). I ricercatori hanno infatti rilevato che alcuni batteri possono essere associati a un aumento di rischio di sviluppare un tumore del colon. «La nostra scoperta - ha commentato Tyler Culpepper, uno dei ricercatori - suggerisce che alcune “firme” batteriche sono individuate più frequentemente nelle persone con polipi, ovvero le lesioni precoci che possono evolvere in tumori, mentre altre sono osservate meno frequentemente in questi individui».
I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 91 soggetti, 30 dei quali con almeno un polipo, individuando specifici batteri presenti quasi esclusivamente nelle feci dei soggetti con polipi (per esempio, l’Eubacterium ramulus). «I risultati del nostro lavoro suggeriscono la possibilità di sviluppare test di screening non invasivi, basati sull’alterazione della flora batterica, e una strategia di prevenzione del cancro al colon basata sul suo riequilibrio», ha concluso Culpepper.

Il superpomodoro
È arrivato sul mercato il superpomodoro naturale efficace contro l’invecchiamento, per effetto di un contenuto di licopene superiore al 50 percento che aiuta anche nella prevenzione delle malattie cardio-vascolari e tumorali. «Si tratta - sottolinea Coldiretti -di una varietà senza Ogm che vanta una concentrazione superiore del 50 percento di licopene, una sostanza che svolge un’azione antiossidante superiore al betacarotene». Da un numero sempre maggiore di studi sta emergendo che il licopene aiuta anche a prevenire alcuni tipi di tumore e malattie cardiovascolari e ritarda l’invecchiamento delle cellule del corpo. Da ultimo, oltre che da parte di Umberto Veronesi, anche la World Foundation of Urology ha evidenziato la sua importanza per combattere non solo il tumore alla prostata ma tutte quelle malattie causate da stress-ossidativi e dalla formazione di radicali liberi. Il superpomodoro, che ha una forma squadrata, è stato intanto nelle aziende agricole situate in Emilia Romagna e Lombardia per essere poi trasformato in passate e polpe ad alta concentrazione di licopene. «Questa novità - osserva Coldiretti -si inserisce nel progetto portato avanti dall’organizzazione agricola per una filiera agricola tutta italiana che punta a offrire prodotti al cento per cento italiani e difende il consumatore dalle contraffazioni. I derivati del pomodoro sono infatti la prima voce delle importazioni agroalimentari dalla Cina, con un quantitativo di 82 milioni di chili sbarcato in Italia nel 2009 da “spacciare” come Made in Italy».

Tumori dei bambini: tre su quattro guariscono
Sono finiti i “viaggi della speranza” fuori dall’Italia per curare i bambini colpiti da tumore. Anzi, adesso si assiste al fenomeno opposto: il 10 percento dei piccoli pazienti oncologici arriva dall’estero negli ospedali italiani. Il dato viene dal Congresso dell’Associazione italiana di ematologia e oncologia pediatrica (Aieop), che ha visto a Pisa la partecipazione di oltre 300 specialisti di tutta Italia. La forma di cancro più frequente nei bambini è la leucemia, ma i piccoli possono essere colpiti anche da tumori del sistema nervoso centrale, dai linfomi, dal neuroblastoma e altre forme più rare. Dall’incontro scientifico è emerso anche un messaggio positivo: «Ogni anno in Italia si registrano in tutto circa 1.300 nuovi casi di tumori pediatrici. Il 75 percento dei piccoli può essere curato con successo - spiega il professor Giorgio Dini, presidente dell’Aieop -e condurre una vita assolutamente normale da adulto. Oggi, infatti, una persona su 450 al di sotto dei 35 anni è un “guarito” da un tumore sviluppato in età pediatrica. Da adulti possono sviluppare con maggiore facilità problemi endocrini legati alla chemioterapia, ma sono persone più motivate dei “non malati” e posseggono maggiori capacità di comunicare e di adattarsi ai disagi della vita rispetto agli altri».

Le promesse di un vaccino
Presso l’Istituto nazionale tumori di Milano è stato possibile sperimentare un vaccino che agisce contro la survivina, una proteina che consente alle cellule tumorali di sopravvivere. «Durante le sperimentazioni ci siamo accorti che i pazienti con un’attivazione maggiore del sistema immunitario guariscono e sopravvivono in percentuale maggiore degli altri, anche a parità di livello di malattia», come spiegano gli esperti. «Quindi con il vaccino stiamo tentando di stimolare proprio questa risposta immunitaria e nel contempo di bloccare la survivina, togliendo al tumore una delle forme di sostegno. La prima fase di sperimentazione ha dato risultati interessanti e ora stiamo per partire con la seconda». Sempre sul sistema immunitario punta anche lo studio, cofinanziato dall’AIRC, che sta conducendo Alberto Malesci, responsabile dell’UO di Gastroenterologia dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano). «Anche noi ci siamo accorti dell’importanza del sistema immunitario nel determinare la prognosi: andando a vedere a posteriori i tessuti asportati da un determinato paziente e conoscendo il destino della sua malattia, abbiamo capito che la presenza di cellule immunitarie all’interno del tumore è un indice favorevole. Significa che l’organismo ha reagito. Abbiamo anche scoperto che i tumori con queste caratteristiche danno meno metastasi, a parità di gravità apparente. Questo studio è stato condotto su pazienti con malattia allo stadio 2, cioè poco avanzata, per la quale si fa la chemioterapia nel 30-40 percento dei casi soltanto. Ora siamo pronti per andare a vedere la situazione immunitaria nel tessuto asportato chirurgicamente prima di decidere se quel paziente ha davvero bisogno di una chemio o se il suo rischio di metastasi è basso e quindi si può soprassedere. Perché fare la chemioterapia quando non serve è un errore, non farla quando invece è necessaria mette a rischio la vita del malato».

I legumi prevengono il tumore ai polmoni
Per prevenire il tumore ai polmoni basta mangiare legumi. La buona notizia arriva dalla Francia, in particolare dall’International Agency for Research on Cancer di Lione. Una ricerca, condotta dal professor Paul Brennan e riportata da Journal of the American Medical Association, ha infatti dimostrato che la vitamina B, di cui sono ricchi, fagioli, piselli e lenticchie, riduce anche del 50 percento il rischio di comparsa di cellule cancerose all'interno degli alveoli polmonari. Lo studio è stato ispirato da progetti medici che avevano già in passato testimoniato come la carenza di questo tipo di vitamina favorisse l’insorgenza di danni al DNA, le cui conseguenti mutazioni inducono lo sviluppo di patologie oncologiche. Tra il 1992 e il 2000 sono stati osservati 519.978 soggetti, i cui campioni di sangue sono stati sottoposti a numerose analisi. I sorprendenti risultati si sono rivelati quasi subito e sono stati successivamente confermati anche dopo aver eliminato i fattori di distorsione, presenti di norma in ogni ricerca. Era evidente, osservando i dati, che l’incidenza del tumore ai polmoni risultava notevolmente più bassa in soggetti con elevati livelli di vitamina B. «Una simile consistente diminuzione del rischio - ha dichiarato Brennan -non era mai stata osservata in fumatori ed ex fumatori e ciò indica che i risultati prescindono dall’abitudine o meno alla nicotina». Ovviamente ciò non significa che il consumo di legumi neutralizzi gli effetti dannosi della nicotina.

Il fumo passivo e l’automobile
La sigaretta accesa in macchina espone ai rischi del fumo passivo, con danni gravi per chi ne è esposto (che sia o non sia fumatore) e con potenziali danni immediati per asmatici e cardiopatici. È ancora un’abitudine diffusa, anche mentre si guida e anche con altre persone a bordo, bambini compresi. Inoltre, niente alibi: viaggiare con il finestrino abbassato serve a poco. Ecco perché molti esperti vedono di buon occhio una legge che vieti di fumare in auto.
Cosa succede nell'abitacolo di un’auto all’accensione di una sigaretta? C'è un'impennata immediata di polveri sottili (PM 2,5 e PM10, soprattutto) di composti organici volatili (il benzene, per esempio) e di monossido di carbonio. Misurazioni precise sono state effettuate da un gruppo di ricerca che ha coinvolto il Laboratorio per la ricerca sul fumo passivo (Istituto nazionale dei tumori di Milano e Simg, Società italiana di medicina generale), la Regione Veneto, le Aziende sanitarie di Treviso e Adria. I dati, apparsi sull'ultimo numero della rivista Epidemiologia e prevenzione, evidenziano livelli altissimi di inquinanti: le polveri sottili aumentano di 100 volte, le particelle di 10 volte e i composti organici e il monossido di carbonio di tre volte. Per capirsi, sottolineano gli autori, la concentrazione di PM10 è risultata di oltre 500 microgrammi al metro cubo, più di 10 volte il limite giornaliero fissato dalle normative europee che (in teoria) dovrebbe far scattare il blocco delle auto.

La leucemia mieloide cronica fa meno paura
Dasatinib, molecola già disponibile per il trattamento dei pazienti con leucemia mieloide cronica (LMC) resistenti o intolleranti ad altre terapie, è efficace anche in fase iniziale di malattia. Il farmaco, sviluppato da Bristol-Myers Squibb, ha infatti dimostrato una migliore efficacia rispetto alla attuale terapia standard con imatinib nel trattamento della LMC Philadephia+. L’annuncio è stato dato a Barcellona durante il XV Congresso della Società Europea di Ematologia. Nuove speranze dunque si aprono per questi pazienti, alla luce dei dati dello studio internazionale DASISION. «I risultati – spiega il prof. Michele Baccarani dell’Università di Bologna, coordinatore italiano dello studio – sono in linea con le aspettative basate sulle proprietà biologiche di dasatinib già emerse da precedenti studi sulla molecola, sia in prima che in seconda linea. E supportano il ruolo di dasatinib in prima nel trattamento della leucemia mieloide cronica Philadelphia+». Nello studio DASISION nel 77% dei pazienti la risposta citogenetica completa è stata confermata al dodicesimo mese di trattamento, rispetto al 66% di quelli in terapia con imatinib. «Le attuali linee guida – afferma Hagop Kantarjian, professore all’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas e primo autore dello studio pubblicato sul New England Journal of Medicine -indicano che raggiungere una risposta citogenetica completa entro 12 mesi è importante perché il rischio di progressione della malattia è maggiore in quei pazienti in cui il trattamento non è così efficace». In base ai risultati dello studio, Bristol-Myers Squibb presenterà la richiesta alle autorità regolatorie per l’utilizzo di dasatinib nel trattamento di prima linea dei pazienti con LMC Philadelphia+.

Indirizzi Utili

AZIENDA OSPEDALIERA SANT'ANDREA
Via di Grottarossa, 1035/1039 00189 Roma Centralino: 06 33771 Prenotazioni/informazioni: 800 986868 - 06 33775011-2
www.ospedalesantandrea.it
Oncologia medica – Prof. Paolo Marchetti Tel. 06 33775316

ISTITUTO CLINICO HUMANITAS IRCCS
Via Manzoni, 56 20089 Rozzano (MI) Centralino: 02 82241 Prenotazioni/informazioni: 02 82248282
www.humanitas.it
Gastroenterologia Prof. Alberto Malesci - 02 82244503

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