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Come cambia la laparoscopia con i nuovi robot

Paola Sarno, N. 10 ottobre 2010

Per un giorno Roma è diventata protagonista assoluta della chirurgia laparoscopica. È successo durante il Congresso europeo di Laparoscopia 2010, “Challenges in Laparoscopy & Robotica”, che ha riunito nella Capitale oltre 300 specialisti tra i migliori chirurghi del mondo, dal più grande esperto internazionale nel settore del-la laparoscopia, Peter Viklund, ai massimi esponenti di ogni angolo del pianeta, come l’indiano Vipul Patel, lo svedese Peter Viklund, il belga Alex Motorie, l’indiano Inderbir Gill, il cinese Xu Zhang, l’austriaco Günter Janetschek, il tedesco Jens Uwe Stolzenburg, il francese Richard Gaston, oltre a numerosi chirurghi italiani fra i quali Franco Gaboardi di Milano. Tutti riuniti, non tanto per portare la loro esperienza dal podio dei relatori, ma quanto per trasmettere in diretta dalla sala operatoria della Clinica Pio XI di Roma, utilizzando i più moderni strumenti della robotica per eseguire interventi innovativi di laparoscopia che impiegano tecniche all’avanguardia. Proprio il robot, infatti, ha in qualche modo reso più semplice l’applicazione della chirurgia laparoscopica rendendo possibili anche interventi “estremi”. E con la laparoscopia vengono oggi eseguiti molti interventi per l’eradicazione delle malattie oncologiche. Come il carcinoma prostatico, un rischio nel nostro Paese per un uomo su sei nonché una malattia per la quale si rilevano, solo negli Stati Uniti, circa 230mila nuovi casi all’anno, con una mortalità di 27mila pazienti, superiore cioè al 10-12 percento.

Laparoscopia e carcinoma della prostata
Senza dubbio la regina degli interventi di chirurgia laparoscopica con l’ausilio del robot è, infatti, la prostatectomia radicale, alla quale negli ultimi anni si sono aggiunti i tumori cosiddetti “over the belly”, cioè quelli che riguardano organi posti al di fuori della pelvi, come i reni. Quando, come avviene oggi, il 6070 percento dei tumori renali viene diagnosticato incidentalmente, in corso di una urografia o di una Tac, e quindi in una fase iniziale, l’indicazione più idonea è proprio quella della chirurgia mini invasiva anche per l’asportazione parziale del rene. Un altro organo che oggi viene correntemente trattato in laparoscopia, con o senza l’ausilio del robot è la vescica, in particolare per gli interventi di cistectomia radicale.
Senza contare che con il robot è più semplice affrontare altre tipologie di intervento, come la pieloplastica, la correzione chirurgica dell’endometriosi ed altri numerosi difetti congeniti.

Il robot
«Il robot è nato per la cardiochirurgia», ha spiegato il presidente del Congresso, Vito Pansadoro, direttore del centro di laparoscopia della Fondazione con sede a Roma che porta il suo nome. «Tuttavia ha poi cambiato in larga misura la sua vocazione. Oggi, in particolare, ad essersi appropriati della chirurgia robotica sono gli urologi. Tra tutti gli interventi robotica, del resto, la prostatectomia radicale è l’intervento che al mondo viene eseguito più frequentemente, con il 60 percento dei casi. Negli Stati Uniti, inoltre, - ha continuato Pansadoro, - ben l’86 percento delle prostatectomie radicali vengono già eseguite con il robot, fatto che conferma l’efficacia di questa tecnica».
Si potrebbe obiettare che i costi della robotica potrebbero non incidere positivamente sui conti già dissestati della sanità italiana. «Certo il robot costa», ammette Pansadoro. «Tuttavia, se la macchina viene usata a livello multispecialistico, le spese iniziali e di manutenzione si abbattono. Senza contare che la robotica permette di effettuare interventi più rapidi, sicuri, con tempi brevissimi che permettono al paziente di tornare subito in attività, con un cospicuo abbattimento dei costi sociali».

Cosa cambia per il chirurgo?
Oggi gli interventi all’avanguardia vengono effettuati con robot di terza generazione, dotati di quattro braccia e di un sistema visivo ad alta definizione, con grande possibilità di movimento. Con queste tecnologie diventa molto più semplice per ogni chirurgo cimentarsi con interventi ai limiti dell’impossibile. Numerosi quindi i vantaggi. Spiega ancora Pansadoro: «Il robot consente al chirurgo una visione tridimensionale, in alta definizione, con un ingrandimento di 10-15 volte. Durante l’intervento il chirurgo ha l’impressione, letteralmente, di “stare con la testa” dentro l’addome del paziente, isolato dal mondo esterno. Una cosa, quindi, è operare in laparoscopia guardando un monitor in camera operatoria con l’aiuto, l’anestesista, il paziente e tutto l’ambiente che ci circonda.
Un’altra è operare con il robot, comodamente seduti e con strumenti che non danno nessun limite al movimento».
Gli strumenti della laparoscopia, infatti, consentono solo un “dentro-fuori”, la rotazione sull’asse e uno spostamento in quattro direzioni “nord-sud-est-ovest”. La robotica, invece, consente al chirurgo di muoversi in sette direzioni diverse, senza praticamente alcun limite spaziale. Oltretutto con il robot il chirurgo si stanca molto meno che utilizzando la tradizionale tecnica laparoscopica, in quanto può restare seduto, appoggiare gli avambracci e la fronte, e rimanere in quella posizione anche per molte ore senza affaticarsi. Con vantaggio duplice sia per il chirurgo sia per il paziente.

Cosa cambia per il paziente?
«In solo pochi anni il paziente è diventato più esigente perché questi interventi non sono più sperimentali ma entrati nella pratica quotidiana con notevoli vantaggi», sottolinea Pansadoro. «Per esempio, per i pazienti che subiscono l’intervento di prostatectomia è possibile risparmiare i nervi necessari per il proseguimento naturale dell’attività sessuale. Fatto ancora più importante dato che la malattia viene scoperta sempre più frequentemente in pazienti con un’età che oscilla intorno ai 50 anni». Con le nuove tecniche, inoltre, si supera la cosiddetta "malattia chirurgica", quel pesante malessere dovuto non tanto all’intervento in sé, ma all’incisione praticata per arrivare ad effettuarlo. E l’intervento dura in media meno di due ore. Via, insomma, dolori, fleboclisi, degenza ospedaliera prolungata con ottimi effetti anche psicologici. Oggi con la laparoscopia lo stesso intervento si effettua solo con tre, quattro o cinque “buchetti” e si evita qualsiasi perdita di sangue.
Anche per quanto riguarda l’asportazione del rene è sufficiente effettuare solo una piccola incisione, quasi indolore e il paziente il giorno dopo è già in grado di muoversi. In che modo? «Si bloccano arterie e vene e si incide tutto intorno all’organo con particolari strumenti a radiofrequenza o ad ultrasuoni», illustra ancora Pansadoro. «Poi si fa scorrere questo “bisturi”, e si asporta un rene in poco più di un’ora e senza dover praticare più il classico taglio trasversale sull’addome».
Rare, infine, sono le complicanze sia per caratteristiche sia per numero. «I pazienti non vengono quasi mai trasfusi - conclude Pansadoro - e anche grazie all’impiego della robotica, le emorragie post-operatorie sono davvero poco frequenti, al di sotto dell’1% dei casi».

Gli italiani impoveriti per le spese sanitarie
Le spese sanitarie incidono oggi più che mai sulle tasche degli Italiani in un quadro sociale di generale impoverimento. Le famiglie hanno problemi a ricevere cure e stentano a pagare spese sanitarie non coperte dal Servizio sanitario nazionale, tanto che nel 2009, in oltre 2,6 milioni famiglie, un componente è stato costretto a rinunciavi per non gravare sul bilancio della famiglia. Sono i dati, preoccupanti, che emergono dal VII Rapporto Ceis Sanità 2009 dell’Università di Roma II Tor Vergata. In particolare nello scorso anno sono stati 5 milioni gli italiani che hanno avuto problemi di accesso alle cure sanitarie. Secondo i dati del Centro Interdipartimentale di Studi Internazionali sull’Economia e lo Sviluppo del Ceis, ben 338mila famiglie italiane, pari ad oltre 1 milione di persone, si sono impoverite per spese sanitarie o sociali; altre 992mila, circa 3 milioni di persone, sono state costrette a sostenere spese sanitarie elevate rispetto ai redditi percepiti, e in oltre 2 milioni e 600mila famiglie almeno un componente ha dovuto rinunciare a curarsi o all’assistenza, per il peso economico che avrebbero comportato. La capacità di evitare l’impoverimento varia comunque da regione a regione. I picchi si raggiungono in Piemonte, Molise e Liguria, una minore incidenza quindi maggiore equità nella soddisfazione della domanda si rileva invece in Campania, Marche e Puglia. E ad incidere maggiormente sul bilancio familiare sono le spese per la non autosufficienza.

Il parlamento approva all’unanimità la mozione di salute donna onlus
Un altro passo avanti nella lotta contro il tumore al seno. Il Parlamento ha infatti approvato all'unanimità, con 457 voti, la mozione sullo screening mammografico voluta dall’associazione Salute Donna onlus, da anni impegnata nella campagna di sensibilizzazione sul tumore al seno "Breast Friends for life" e nel sottolineare l’importanza dell'informazione e della diagnosi precoce. La mozione impegna il Governo a considerare il tumore al seno una patologia sociale ed il contrasto della malattia una priorità per la salute pubblica, a monitorare con attenzione e continuità l'andamento dei programmi di screening mammografico su tutto il territorio nazionale e a premiare le Regioni che evidenzino maggiore efficacia ed efficienza nella realizzazione di programmi di diagnosi precoce del tumore al seno. Il Governo si impegna inoltre ad accelerare il ddl per istituire i registri tumori e a predisporre un progetto nazionale per la prevenzione e la diagnosi precoce. Da sottolineare il perdurante squilibrio fra Centro-Nord e Sud Italia: nella prima macroaerea, fra il 70% e l'82% delle donne sono invitate ad effettuare i controlli, contro il dato di Sud e Isole dove questo indicatore supera di poco il 27%.

All’ISS nasce la prima biobanca delle cellule staminali tumorali nel mondo
È italiana e ha sede presso l’Istituto Superiore di Sanità, la prima biobanca delle cellule staminali tumorali. La struttura si dedica alla ricerca lavorando alla standardizzazione dello studio dei tumori riproducendoli negli animali, in modo che si possa validare la terapia prima della fase clinica. Ruggero De Maria, dirigente di ricerca all'Istituto superiore di sanità, ha spiegato che «a partire dal mese di settembre, la biobanca è diventata una banca controllata con tutti gli standard richiesti. In questo modo - ha continuato - supereremo la sperimentazione su modelli non affidabili, replicando il tumore e simulando il trial clinico, aumentando le possibilità di successo. Attualmente la biobanca conserva una “collezione” di tessuti tumorali prelevati da circa un centinaio di pazienti, un numero destinato ad aumentare», ha concluso De Maria. Si tratta in particolare di tumori molto aggressivi o a prognosi infausta. In particolare del polmone, della mammella, della tiroide e dell'ovaio.

Con Cyclon nuove speranze per la cura dei tumori al cervello
Passi avanti nella ricerca contro il tumore al cervello. È infatti in fase di sviluppo una terapia innovativa che prevede un farmaco a base di ciclodestrine (un tipo di zucchero che si trova nei cereali). Ed è uno scienziato italiano, Milo Malanga, a partecipare allo sviluppo di questa terapia, che è stata presentata a Torino in occasione della conferenza “Marie Curie”. Malanga sta lavorando con un gruppo di scienziati presso il Cyclolab di Budapest, il più grande laboratorio di ricerca e sviluppo di questo tipo nel mondo. I risultati della ricerca relativa alla terapia antitumorale, nota come progetto Cyclon, sono previsti per il 2013. «Oggi i farmaci avanzati per la lotta contro diversi tipi di tumori cerebrali sono di scarsa efficacia e non garantiscono un grado accettabile di successo», ha affermato Malanga. «Se il nostro lavoro al Cyclolab porterà i frutti previsti, le nuove terapie antitumorali potrebbero essere pronte per il 2013», ha annunciato. Diversi i problemi che i ricercatori devono affrontare, come l’eliminazione delle cellule tumorali senza intaccare quelle sane, nonché la presenza della cosiddetta barriera ematoencefalica, che protegge il cervello con uno strato di cellule ad alta densità, ma che al contempo riduce l’efficacia della maggior parte delle attuali terapie.

Toscana: contact center oncologico, 1.200 chiamate in 7 mesi
Oltre 1.200 chiamate in sette mesi sono arrivate al Centro di counseling oncologico regionale della Toscana: per chiedere informazioni, esprimere difficoltà, avere ascolto e sostegno psicologico. A chiamare sono gli stessi pazienti, oppure i familiari. All'altro capo del filo figure professionali specializzate, psicologi con esperienza nel campo oncologico, counselor con competenze all'ascolto e all'orientamento delle persone. I risultati dei primi sette mesi di attività del Centro di counseling oncologico regionale sono stati presentati in occasione del convegno "Bisogni del paziente e percorsi assistenziali nella rete oncologica toscana", che si è tenuto a Pisa. In sette mesi (dal 7 novembre 2009, data della sua attivazione, al 7 giugno scorso) il Contact center oncologico ha ricevuto 1.226 chiamate, di pazienti o familiari: il 26% si è rivolto al numero verde per ricevere ascolto e supporto psicologico, il 26% ha espresso difficoltà relative all'orientamento nel percorso clinico assistenziale, il 42% ha chiesto informazioni sui percorsi oncologici del sistema sanitario toscano; il 2% le segnalazioni di disagi o eventi avversi; l'1% (6 persone) ha utilizzato il numero verde per effettuare un reclamo formale.
«È un'esperienza pilota in Italia e anche a livello internazionale - ha spiegato Patrizia Fistesmaire, responsabile del progetto - e non è escluso che si possa provare anche per altre patologie croniche».

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