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La prevenzione alimentare dei tumori

Lara Bettinzoli, N. 10 ottobre 2010

Mangiare bene è fondamentale per la prevenzione dei tumori. Non solo. Secondo i ricercatori l’alimentazione diventerà la medicina del futuro, poiché tutto ciò che ingeriamo si riflette sul nostro stato di salute e può, in molti casi, prevenire malattie e curare. Ogni anno milioni di persone vengono colpite da forme tumorali che, secondo i medici, sono in parte prevedibili e, quindi, evitabili. Come ci insegna il Prof. Franco Berrino, Direttore del dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva e Direttore dell’Unità di Epidemiologia presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano, è ormai scientificamente provato che la composizione del nostro sangue, l’ambiente in cui si sviluppano i tumori, può essere modificata dal cibo e dallo stile di vita, quindi possiamo fare molto per ridurre il rischio di ammalarci.

Prevenire le malattie mangiando
«Quello che noi consigliamo - ci spiega il Prof. Berrino - è molto simile a quello che consigliano i cardiologi per prevenire le malattie di cuore e metaboliche, malattie frequenti nelle popolazioni occidentali che hanno a che fare con un’alimentazione troppo “ricca” in quantità, ma povera di qualità. Si mangia troppo, si ingrassa, e quindi la prima raccomandazione è quella di essere prudenti sulla quantità. Sul piano scientifico la valutazione fatta dai ricercatori in questo campo è quella di basare la propria alimentazione prevalentemente su cibi vegetali non industrialmente raffinati. Cibi integrali, quindi. Meglio se biologici. Nei corsi che facciamo utilizziamo solo cibi da agricoltura biologica, ma chi non ha la possibilità di comprare biologico non si preoccupi, gli alimenti vegetali si possono mangiare lo stesso. Sono gli alimenti di origine animale quelli ad essere più facilmente contaminati dalle sostanze chimiche. Si tratta di riscoprire i piatti della tradizione popolare della nostra e di altre culture: la pasta e fagioli, il riso con le lenticchie, ma anche il cuscus con i ceci del Nord Africa, il riso con la soia che si mangia in Oriente, il mais con i fagioli neri del Messico e così via. In tutto il mondo l’alimentazione tradizionale si è evoluta allo stesso modo: una base fatta di cereali con un po’ di legumi, verdure e occasionalmente prodotti animali».

Cereali e legumi
«Cereali e legumi -continua Berrino -possono sostituire la carne. Comunque noi non consigliamo di evitare completamente la carne, ma di ridurne il consumo ad una volta la settimana. Quando una persona mangia cereali e legumi ha tutte le proteine di cui ha bisogno. I cereali sono poveri di un aminoacido, la lisina, che è invece contenuta nei legumi; i legumi sono poveri di aminoacidi solforati: se li mettiamo insieme abbiamo tutto quello di cui c'è bisogno, senza andare all'eccesso. L’alimentazione troppo ricca di proteine animali provoca un eccesso di acidificazione nell'organismo. Mangiare troppa carne, troppo formaggio o latte è una delle cause dell’osteoporosi, perché l’ambiente acido fa perdere calcio dalle ossa».

Sani con la dieta mediterranea
«La dieta mediterranea deve essere quella di una volta - precisa Berrino -con tante verdure diverse, pochi grassi animali, legumi e i cereali integrali. Oggi, invece, si tende a mangiare tutti i giorni quello che un tempo erano i piatti riservati ai giorni di festa. Non sto dicendo che bisogna mangiare con monotonia, come il contadino siciliano che tutti i giorni si cibava di pasta con le fave e solo durante le feste poteva mangiare qualcosa di diverso. Bisogna avere una grande varietà di cibo, scegliendo tra i piatti vegetali della dieta mediterranea, ma va detto che non c’è bisogno di mangiare tutti i giorni il pesce (basta 2 volte la settimana), né la carne (basta una volta la settimana). I cereali sono alimenti che consigliamo tutti i giorni».

Zuccheri e alimenti raffinati: da evitare
«La nostra alimentazione è caratterizzata da troppi zuccheri e da troppi alimenti raffinati. -spiega Berrino - La farina 00 ne è un esempio. Si può dire che questa farina sia anche peggio della zucchero: fa aumentare troppo velocemente la glicemia. Questo aumento fa aumentare a sua volta di molto l’insulina e questa fa alzare i fattori di crescita che determinano la maggior parte dei tumori. Infine questi picchi di insulina favoriscono l’obesità, perché ci mandano in ipoglicemia, e questa ci fa venire fame di zuccheri. Più mangiamo zuccheri e più abbiamo fame di zuccheri. Nella nostra cucina, all'Istituto dei Tumori, prepariamo dolci tutti i giorni, ma li facciamo senza zucchero. Sono dolci buonissimi, nei quali usiamo la frutta (uvetta, fichi secchi) per dolcificare e farine non raffinate».

Il cibo di origine animale
«L'uomo, in realtà, ha sempre mangiato anche cibo animale, ma se si eccettuano alcuni popoli nomadi, o quelli che vivono in condizioni ambientali estreme per freddo o per altitudine, sono ben pochi gli esempi di alimentazione tradizionale con un'alta quota di cibo animale. Anche il latte, che oggi in Occidente è alimento quotidiano, dai più era consumato solo occasionalmente, perché non poteva essere conservato ed era facile veicolo di infezioni. È stato solo alcuni decenni dopo la scoperta della pastorizzazione, in pratica dopo la prima guerra mondiale, che ha cominciato ad essere distribuito nelle città. Ma molti popoli - aggiunge il Prof. Berrino - ancor oggi non bevono più latte dopo lo svezzamento. La cultura medica, giustamente preoccupata del grave stato di denutrizione che imperversava nelle nostre campagne e nei quartieri popolari delle città nei primi decenni del secolo, ha avuto un ruolo importante nella promozione del cibo animale, e la disponibilità di latte e di carne, insieme al miglioramento delle condizioni igieniche delle abitazioni, ha probabilmente contribuito a migliorare lo stato nutrizionale e a difenderci dalle malattie infettive. Poi, con il tempo, il consumo di cibi animali e di cibi raffinati è entrato in una spirale di interessi produttivi e commerciali che ha completamente sovvertito le tradizioni alimentari dell'uomo. Non vogliamo certo sostenere che si stava meglio quando si stava peggio, quando c'era la fame e la povertà, ma piuttosto che la nostra ricchezza ci consentirebbe una varietà di dieta sufficiente a soddisfare appieno sia le nostre esigenze fisiologiche e nutrizionali sia il piacere della buona tavola senza sovraccaricarci di prodotti animali e di cibi impoveriti dai trattamenti industriali, che solo il plagio della pubblicità televisiva riesce a farci sembrare buoni».

Stile alimentare cambiato con il tempo
Secondo il Prof. Berrino, nei ricchi paesi occidentali, soprattutto nel corso dell'ultimo secolo, lo stile alimentare si è progressivamente discostato da questo schema tradizionale dell'alimentazione dell'uomo per privilegiare cibi che un tempo erano mangiati solo eccezionalmente, come molti cibi animali (carni e latticini), o che non erano neanche conosciuti, come lo zucchero, le farine molto raffinate (come si riesce a ottenerle solo con le macchine moderne), gli oli raffinati (estratti chimicamente dai semi o dai frutti oleosi), o che addirittura non esistono in natura. Questo modo di mangiare sempre più “ricco” di calorie, di zuccheri, di grassi e di proteine animali, ma in realtà “povero” di alimenti naturalmente completi, ha contribuito grandemente allo sviluppo delle malattie tipiche dei paesi ricchi: l'obesità, la stitichezza, il diabete, l'ipertensione, l'osteoporosi, l'ipertrofia prostatica, l'aterosclerosi, l'infarto del miocardio, le demenze senili, e molti tumori, fra cui tumori dell'intestino, della mammella, della prostata.

L'importanza dei semi
«Da quando l’uomo ha iniziato a coltivare la terra -aggiunge Berrino -ha imparato che i cereali, con i legumi e occasionalmente altri semi, sono gli alimenti da prediligere. Nelle Americhe ancora oggi i poveri mangiano tortillas e fagioli neri, in Nord Africa semola di grano (il cuscus) e ceci, in Africa nera miglio e arachidi, in Oriente riso e soia, e anche da noi riso e lenticchie o pasta e fagioli. I cereali, purché mangiati nella loro integralità, associati ai legumi e ad una certa quota di semi oleosi e di verdure, e occasionalmente a cibo animale, offrono una perfetta combinazione alimentare, con la giusta quantità di carboidrati, di proteine, di grassi di buona qualità, di fibre indigeribili, di vitamine, di sali minerali e di un'infinità di altri fattori che da un lato sono indispensabili al corretto svolgimento di reazioni chimiche vitali e dall'altro ci proteggono da sostanze tossiche estranee o prodotte dal nostro stesso metabolismo».

Sindrome metabolica e tumori alla mammella
Studi effettuati dall’équipe del Prof. Berrino hanno riscontrato che la sindrome metabolica (condizione che riguarda un quinto della popolazione adulta, convenzionalmente definita dalla presenza di tre o più delle seguenti componenti: eccessiva adiposità addominale, pressione alta, glicemia e trigliceridi alti, e colesterolo HDL basso) è associata a un rischio più che doppio di ammalarsi di cancro mammario, e che le pazienti con sindrome metabolica hanno un rischio più che doppio di sviluppare recidive locali o metastasi. La sindrome metabolica si sviluppa generalmente a causa di una dieta troppo ricca di grassi, in particolare quelli saturi o idrogenati, proteine, zucchero e sale, mentre la dieta mediterranea tradizionale e l'attività fisica proteggono. La sindrome metabolica è associata anche ad altri tumori frequenti nel mondo occidentale, dove il mangiare è sempre più lontano dalla tradizione, fatta di cibi semplici, non industrialmente raffinati, basata per lo più su prodotti vegetali, con ampia varietà di cereali integrali, legumi, verdure e frutta di stagione, uno stile alimentare la cui potenzialità preventiva è stata oggi ribadita dal Fondo mondiale per la ricerca sul cancro (WCRF) nelle conclusioni di una revisione sistematica degli studi scientifici su nutrizione e cancro (www.dietandcancerreport.org). La sindrome metabolica è associata a concentrazioni elevate, nel sangue, di insulina e, nella donna, di testosterone, concentrazioni che grandi studi prospettici che tengono sotto controllo centinaia di migliaia di donne hanno dimostrato associate ad un maggior rischio di cancro mammario. Questi stessi ormoni conferiscono un maggior rischio di recidiva nelle donne operate.

La prevenzione alimentare dei tumori
Di Franco Berrino, Dipartimento di Medicina Preventiva e Predittiva, Istituto Nazionale Tumori, Milano.
L’alimentazione può influenzare l’insorgenza dei tumori attraverso numerosi meccanismi, i quali uniti all’estrema varietà delle combinazioni alimentari nelle varie popolazioni e alla diversa costituzione genetica degli individui rende arduo riconoscere l’eventuale responsabilità eziologica di uno specifico fattore o stile alimentare. E la principale difficoltà della ricerca epidemiologica su alimentazione e cancro, che si è sviluppata negli ultimi 40 anni a partire dagli studi di correlazione geografica fra il consumo pro capite di vari alimenti e nutrienti e la mortalità per tumore, seguiti dagli studi casi-controlli iniziati negli anni settanta e dagli studi prospettici basati su questionari alimentari, fino agli studi prospettici con banca biologica iniziati negli anni ottanta e agli studi di intervento alimentare degli anni novanta del secolo scorso. Nel loro insieme, questi studi hanno condotto alla conclusione che oltre un terzo delle neoplasie sono teoricamente prevenibili con modificazioni sostenibili dell’alimentazione. Gli studi ecologici hanno sistematicamente evidenziato una forte relazione dei principali tumori del mondo occidentale (mammella, colon, rene, ovaio, prostata) con il consumo di carni e di grassi animali, ma non erano in grado di discriminare fra il ruolo di questi alimenti ed altri potenziali fattori eziologici legati alla ricchezza delle popolazioni. Relazioni dello stesso ordine di grandezza, infatti, venivano generalmente riscontrate con il prodotto nazionale lordo. Alcune di queste associazioni sono state successivamente messe in dubbio dagli studi di epidemiologia analitica basati su questionari alimentari individuali. Gli studi analitici condotti negli anni settanta e ottanta hanno invece dimostrato inequivocabilmente il ruolo delle bevande alcoliche nell’eziologia dei tumori delle prime vie aereo-digestive, dell’esofago, del fegato, e la protezione da frutta (e in grado minore da verdure) per questi stessi tumori e ancor più per i tumori del polmone e dello stomaco. La protezione da frutta e verdure è stata riscontrata frequentemente anche per altri tumori, ma generalmente non per i tumori della mammella, dell’ovaio e della prostata. Per i tumori dell’intestino i risultati degli studi epidemiologici su frutta e verdura sono contrastanti ma il progetto EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and nutrition, il più grande studio prospettico mai intrapreso, che segue oltre 500.000 persone reclutate in 10 paesi europei con abitudini alimentari molto diverse) ha recentemente confermato un chiaro effetto preventivo del consumo di alimenti ricchi di fibre vegetali, sia cereali sia verdura e frutta. Questi risultati giustificano la raccomandazione condivisa da varie agenzie nazionali ed internazionali di aumentare il consumo di frutta e verdura, di cui si dovrebbero mangiare almeno cinque porzioni al giorno, e di cereali integrali. Rima-ne da chiarire il ruolo di specifici prodotti: alcuni studi hanno sottolineato l’effetto particolarmente protettivo degli agrumi nei confronti del cancro gastrico, dei vegetali ricchi di beta-carotene nei confronti del cancro del polmone, mentre non è stato evidenziato alcun effetto protettivo delle patate. Il potenziale ruolo protettivo del pomodoro, in particolare delle salse di pomodoro, per il cancro della prostata è stato molto pubblicizzato, ma le prove non sono consistenti. Negli anni ottanta questi risultati dell’epidemiologia osservazionale hanno stimolato la partenza di numerosi studi sperimentali controllati di intervento con integratori alimentari (in genere cocktail di vitamine antiossidanti e sali minerali), spesso rigorosamente condotti in doppio cieco. A parte i risultati suggestivi di una modesta efficacia per la prevenzione del cancro dello stomaco e dell’esofago in alcune popolazioni cinesi caratterizzate da un’alimentazione piuttosto povera, i risultati di questi studi sono stati generalmente deludenti e talvolta drammatici: la supplementazione con beta-carotene ha causato un aumento significativo dell’incidenza del cancro del polmone nei fumatori; alte dosi di vitamina E hanno fatto aumentare la mortalità generale; la supplementazione con crusca di cereali o con fibre solubili non ha ridotto e in certi casi sembra aver fatto aumentare l’incidenza di polipi intestinali; ma in generale i risultati sono stati nulli. Le ragioni di questo fallimento non sono note con precisione. Le ipotesi principali sono che certe sostanze antiossidanti diventino proossidanti ad alte dosi o in condizione di elevata pressione parziale di ossigeno, oppure che dosi troppo alte di antiossidanti possano impedire meccanismi apoptotici che sfruttano vie ossidative. Rimane quindi valida la raccomandazione di consumare un’ampia varietà di cibi vegetali ma non di ricorrere ad integratori alimentari ad alte dosi.

I pazienti oncologici
Particolarmente dubbia è la pratica di molti medici di raccomandare alte dosi di vitamine antiossidanti a pazienti oncologici. Anche la stessa raccomandazione di mangiare frutta è dubbia in pazienti oncologici, non per la modesta dose di antiossidanti bensì in quanto la frutta e le verdure a frutto sono una delle principali fonti alimentari di poliammine, che potrebbero stimolare ulteriormente la proliferazione cellulare.

Relazione tra carne e tumori
Una delle conoscenze epidemiologiche più consolidate su dieta e cancro è la relazione fra consumo di carni rosse, in particolare carni conservate (salumi, wurstel, hamburger, ecc.), e l’incidenza di cancro dell’intestino, coerentemente riscontrata dalla maggior parte degli studi analitici e recentemente confermata con grandi numeri da EPIC. Le carni bianche non hanno effetto e il pesce risulta protettivo. Il rischio da carni rosse potrebbe dipendere sia dalla formazione di Nnitroso composti favorita dal ferro eme, sia dalla formazione di ammine eterocicliche nella cottura delle carni, sia dal contributo dello stile alimentare ricco di carni allo sviluppo della resistenza insulinica. Il consumo di carni rosse, in particolare la conservazione sotto sale, è anche significativamente associato al cancro dello stomaco.

Relazione latte e formaggi e tumori
Il ruolo del latte e dei formaggi nella cancerogenesi è invece molto controverso. A fronte di una chiara associazione negativa con i tumori dell’intestino, verosimilmente mediata dal contenuto di calcio, c’è un sospetto che il latte sia associato ai tumori dell’ovaio e che una dieta molto ricca di calcio favorisca i tumori della prostata (forse perché riduce la sintesi endogena di vitamina D).

Gli studi Diana
Il Prof. Franco Berrino è il coordinatore della ricerca Diana che dal 1995 studia la correlazione tra alimentazione e insorgenza di cancro. Gli studi DIANA (Dieta e Androgeni) condotti all'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, con la collaborazione di centinaia di donne (e di pazienti) volontarie, dimostrano che il quadro endocrino e metabolico può migliorare modificando la dieta secondo le raccomandazioni

WCRF (Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro)
Anche l'esercizio fisico può influenzare i livelli ormonali, e le donne che lo praticano regolarmente si ammalano di meno e, se ammalate, hanno meno recidive. Questi studi hanno dimostrato che lo stile di vita condizioni fortemente sia il rischio di ammalarsi di cancro alla mammella sia il rischio di recidive. Ecco la necessità di uno studio sperimentale su ampia scala realizzato con la collaborazione di migliaia di donne ammalate.

LO STUDIO DIANA-5: una sperimentazione per prevenire le recidive del carcinoma mammario con la dieta e l’attività fisica
Lo studio, che attualmente è in corso a Milano (Istituto Nazionale dei Tumori e Istituto Europeo di Oncologia), Torino, Avezzano, Napoli e Palermo, Pescara, Piacenza e Potenza, prevede l’arruolamento di pazienti operate per cancro alla mammella invasivo negli ultimi 5 anni, senza recidive, affette da SM e/o con testosterone o insulina superiori al valore mediano. Sono allo studio circa 2000 pazienti con queste caratteristiche (circa la metà di quelle che si ammalano), e grazie a loro si potrà capire se il cambiamento di stile di vita proposto è in grado di prevenire almeno il 25% delle recidive.

Le pazienti sono randomizzate in due gruppi:

  • il gruppo verde che riceve solo le raccomandazioni del WCRF
  • il gruppo azzurro che è assistito nel cambiamento con cor-si di cucina e di esercizio fisico e con incontri periodici di sostegno. Le pazienti sono monitorate con misurazioni di peso corporeo, circonferenza vita, distribuzione del grasso, spesa energetica, esami del sangue, diari alimentari.

Due i tipi di analisi a cui vengono sottoposte:
innanzitutto il confronto dell'incidenza delle recidive nel gruppo blu e nel gruppo verde, ma poiché anche varie persone del gruppo verde cambieranno e persone del gruppo blu non cambieranno il loro stile di vita, si farà anche un'analisi dell'incidenza delle recidive in funzione dell'intensità del cambiamento, giudicata in base alla modifica dei parametri di alto rischio.
DIANA-5 è finanziato da AIRC, Ministero della Salute e Lega Vita e Salute.

Indirizzi Utili
STUDIO DIANA-5
Tel 02.23902868 Numero Verde 800 223295 www.istitutotumori.mi.it

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