Esegui una ricerca

Informativa privacy

A Milano la “biobanca” per la cura dei tumori

Vera Lanza, N. 4 aprile 2011

Una “Banca virtuale” di materiale biologico, attraverso la costituzione di una “rete di biobanche”. L’ambizioso progetto diventa realtà a Milano, grazie a un progetto triennale. Vediamo di che si tratta. In ogni biobanca vengono conservati campioni di tessuti utilizzati per realizzare ricerche di diverso genere in campo medico. In questo caso, la costituzione della rete di biobanche servirà per sviluppare ulteriormente la ricerca per la cura dei tumori, attraverso la realizzazione di nuovi e più efficaci farmaci. Il progetto, sostenuto dalla Regione Lombardia e che vede come capofila l’Istituto Nazionale dei Tumori, è stato illustrato durante la conferenza stampa in occasione della presentazione annuale dei risultati della ricerca dello stesso Istituto, alla quale sono intervenuti tra gli altri, Antonio Colombo, presidente della Fondazione Int, Gerolamo Corno, direttore generale dell’Int, Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia. Proprio nella sede scelta per ospitare l'incontro - il nuovo AmadeoLab in cui lavorano 160 tra ricercatori e tecnici - è presente il nodo centrale della biobanca per i tumori del colon. «L'Istituto dei Tumori - ha detto Formigoni - è un'eccellenza assoluta lombarda ed europea in grado di ospitare un numero elevato di pazienti, che vengono trattati non solo con grande cura e amorevolezza ma anche con le migliori tecnologie». Molti dei pazienti in cura presso l'Istituto, circa il 50% percento, vengono da altre regioni, a testimonianza di come l'Istituto stesso sia un patrimonio non solo milanese e lombardo, ma dell'intera nazione. I dati dell'attività scientifica dell'Istituto nazionale Tumori (Int) sono stati presentati proprio nei nuovi laboratori AmadeoLab, che vantano oltre 11mila metri quadri di spazi, dove lavorano 160 specialisti, tra ricercatori, tecnici e operatori, di cui 3.650 mq interamente dedicati a laboratori per la ricerca traslazionale, uno specifico ambito scientifico che punta a trasferire nel più breve tempo possibile al letto del malato i successi ottenuti in laboratorio.   «AmadeoLab è la sintesi di un modello che ha ispirato il lavoro del nostro Istituto per ottant'anni, che vede da sempre ricercatori e clinici impegnati fianco a fianco per portare i risultati della ricerca direttamente al letto del malato», ha detto Antonio Colombo, presidente della Fondazione Int. «Oggi i nostri medici e i nostri ricercatori possono continuare a farlo sempre meglio in una struttura moderna, condividendo spazi e tecnologie, ottimizzando i tempi, confrontandosi ancor più facilmente sui progressi quotidiani». All'interno dei nuovi laboratori di via Amadeo hanno sede strutture di ricerca del Dipartimento di oncologia sperimentale e medicina molecolare e del Dipartimento di medicina predittiva e per la prevenzione. I nuovi e moderni spazi ospitano un'attività scientifica in continua crescita: nel 2009, infatti, i ricercatori dell'Int hanno firmato 465 pubblicazioni su riviste scientifiche nazionali e internazionali per un impact factor (valore che misura l'importanza di una ricerca scientifica valutando il numero di volte in cui è citata come fonte nella bibliografia di altri studi) complessivo di 2.272,3: un dato che pone l'Istituto al primo posto tra gli IRCCS monotematici. La condivisione di spazi e strutture consente un migliore sfruttamento di risorse e servizi e al tempo stesso per una maggior integrazione e multidisciplinarietà e condivisione di competenze tra le diverse strutture di ricerca. «Con questa struttura il nostro Istituto - ha detto Gerolamo Corno, direttore generale dell'Int - si propone a pieno titolo come centro d’innovazione e sviluppo dell'oncologia, cosicché la qualità assistenziale lombarda sia sempre più avanzata a livello nazionale e internazionale». All'interno dei laboratori AmadeoLab è stata inaugurata la Biobanca: grazie a due sale con congelatori meccanici e a una sala con contenitori ad azoto liquido, conserva tessuti tumorali che potranno essere utilizzati sia in progetti di ricerca sia nell'indagine predittiva della possibile evoluzione della malattia del singolo paziente. Oltre ai campioni, questa struttura potrà utilizzare informazioni clinico-biologiche che sono archiviate in un Data Warehouse regionale, cioè un database centralizzato in cui sono caricati dati provenienti da molteplici database operativi locali. Il “Progetto BioBanca per il carcinoma colon-rettale” coinvolge Int (l'ente coordinatore), Università degli Studi Milano-Bicocca, San Gerardo di Monza e Ospedale di Vimercate. È stato finanziato da Regione Lombardia e Fondazione Cariplo per uno stanziamento complessivo di 1,5 milioni di euro. «L'uso dei campioni biologici è un settore delicato - commenta Marco Pierotti, direttore scientifico dell'Int - per questa ragione, dopo esserci confrontati con altri comitati etici e con altri esperti, abbiamo formulato un documento di raccomandazioni etico-giuridiche. In particolare riteniamo importante che le biobanche rispondano a una normativa omogenea a livello nazionale e internazionale, siano indipendenti e autonome nelle decisioni sia dal paziente-donatore sia dall'Ente-utilizzatore e che la donazione avvenga a titolo gratuito. Eventuali profitti istituzionali derivati dall'uso del materiale donato, come ad esempio proventi da eventuali brevetti, dovranno essere reinvestiti in ricerca».  Rispetto all'anno precedente le ricerche pubblicate dall'Istituto sono state 50 in più e hanno avuto una crescita dell'impact factor di 22,3 punti. Una produzione scientifica quasi triplicata negli ultimi nove anni (da 859 agli attuali 2.272 punti). Nel 2009, inoltre, l'Istituto ha sviluppato 70 sperimentazioni cliniche, cioè sperimentazioni di nuove terapie. Di questi studi è coordinatore in 22, cioè è stato principale responsabile del 31,4% del totale. Attualmente sono in corso oltre 100 sperimentazioni cliniche e 350 progetti di ricerca.

La necessità di una regolamentazione sulle biobanche
Le biobanche, raccolte organizzate di campioni biologici (in particolare tessuti, cellule, sangue), custodiscono un’immensa mole di informazioni, un patrimonio di grande rilevanza scientifica. Forniscono strumenti essenziali per la ricerca perché possono favorire significativi avanzamenti nella definizione delle terapie personalizzate, che sono diventate sempre di più il paradigma nella lotta contro il cancro. Ma la donazione di tessuti oggi è resa incerta e difficoltosa dall’assenza di regole ben definite. Anche in Europa mancano standard comuni di riferimento. Un vuoto normativo rischia di bloccare la ricerca contro il cancro. Il presupposto per il loro funzionamento è che il malato compia una donazione del proprio tessuto tumorale: un atto non solo solidaristico ma in grado di pronosticare l’evoluzione della patologia oppure predire l’efficacia della terapia. Ogni anno, in Italia, più di 250mila persone sono colpite da tumore, un dato in costante crescita. L’Italia si candida ad essere il primo Paese a definire punti condivisi da sottoporre al Garante per la privacy elaborati da un comitato di esperti. Il tema è stato approfondito durante il Convegno “Le Banche dei Tessuti: è possibile donare le proprie cellule per la ricerca?”, organizzato dalla Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), a palazzo Marino, a Milano. Nell'incontro, che inaugura il 35esimo Congresso ESMO con la partecipazione di oltre 15mila esperti, è stato annunciato che l'Italia si candida ad essere il primo Paese a definire punti condivisi da sottoporre al Garante per la privacy elaborati da un comitato di esperti. «Questo tipo di raccolta - spiega il prof. Roberto Labianca, oncologo degli Ospedali Riuniti di Bergamo e presidente del Comitato italiano del Congresso ESMO 2010 - si adatta perfettamente allo studio dei tumori, gli unici tessuti patologici che possiedono un genoma (e quindi una costituzione molecolare) diverso da quello dell'individuo di origine e capace di rapida evoluzione». Il Comitato etico indipendente (CEI) della Fondazione IRCCS Istituto dei Tumori di Milano, a partire dal 2008, ha avviato un percorso di consultazione e condivisione di criteri con gli altri CEI disponibili e con ricercatori, esperti di bioetica, giuristi. Il risultato è un documento che contiene le raccomandazioni per definire i nodi critici. Alla stesura del testo ha offerto un contributo decisivo la Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO). Il Comitato etico indipendente (CEI) della Fondazione IRCCS Istituto dei Tumori di Milano a partire dal 2008 ha avviato un percorso di consultazione e condivisione di criteri con gli altri CEI disponibili e con diversi attori (ricercatori, esperti di bioetica, giuristi). Questo ha portato alla stesura di un documento che contiene le raccomandazioni per definire i nodi critici. Alla stesura del testo ha offerto un contributo decisivo la Federazione delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO). Come ha sottolineato il professor Francesco De Lorenzo, presidente della Favo, oggi vi sono solo alcune indicazioni del Garante della privacy, sottoposte però a interpretazioni giuridiche non univoche. È duplice, infatti, il ruolo dell’autore dell’atto di disposizione: da un lato è donatore, dall’altro utilizzatore delle possibili informazioni, fino a oggi del tutto trascurate, provenienti dalla biobanca per la cura della sua malattia. L’auspicio del mondo medico è che la donazione sia resa non solo più semplice, ma anche più sicura e aderente agli interessi dei malati e dei loro familiari. Ciò si tradurrebbe in un vantaggio per la ricerca. Nel testo elaborato dal comitato di esperti uno dei punti fondamentali è la terzietà delle biobanche: devono essere indipendenti rispetto ai donatori, ai ricercatori (e ai loro sponsor) e alle Istituzioni di ricerca e cura: deve esserne regolata con norme certe l’indipendenza come avviene per i CE. In Europa sono attualmente presenti un grande numero di biobanche, tuttavia raramente collegate tra loro e riuscire ad accedervi è spesso difficile. Uno dei problemi più rilevanti a livello europeo è rappresentato dalla presenza di regole di accesso diverse. Ciò impedisce, ad esempio, di utilizzare nello stesso studio campioni provenienti da diverse strutture. La conseguenza è la duplicazione di progetti simili e uno spreco di risorse e di energie, senza una politica di finanziamenti a lungo termine. «Nella nostra proposta di regolamentazione - afferma il professor Paolo Casali dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano - preferiamo definire questi centri “bioteche di ricerca”, un termine più appropriato che ne sottolinea la finalità. Costituiscono uno strumento di accumulazione, condivisione, trasmissione delle conoscenze. Anche se il donatore conferisce alcuni poteri di controllo sul campione nella sua consistenza naturale, mantiene però un interesse individuale soprattutto per due aspetti: protezione dei dati personali e disponibilità di informazioni utili per sé o per i familiari. I cittadini che donano i loro tessuti devono poter accedere al patrimonio informativo racchiuso».  È dunque compito della biobanca garantire un’adeguata conservazione dei tessuti per un tempo sufficientemente lungo. Un altro capitolo controverso è quello relativo all’ampiezza del consenso al trattamento dei dati personali. Lo sviluppo costante della scienza nel settore biomedico non consente d’informare in anticipo il donatore di tutte le possibili indagini scientifiche che potrebbero essere eseguite in futuro sui campioni. Una limitazione che non comporta alcun pregiudizio per gli interessati. Va in ogni caso tutelata la riservatezza dei cittadini coinvolti, che devono essere informati sulle modalità di trattamento dei loro dati. Inoltre, attraverso vincoli di segretezza e idonei strumenti tecnologici, solo il personale della biobanca potrà associare l’identità dei pazienti con i campioni conservati e aggiornare i dati clinici. Sarà ovviamente possibile revocare il consenso. Ciò non può comportare l’obbligo di distruzione del campione nella sua consistenza materiale, ma solo quello di renderlo anonimo, non più identificabile. Mentre la donazione in quanto tale non può essere revocabile riguardo alla materialità del tessuto donato, per evitare l’instabilità nel tempo delle biobanche.

Su biobanche servono norme certe per la ricerca
Un vuoto normativo rischia di bloccare la ricerca contro il cancro. È quello che riguarda le biobanche, raccolte organizzate di campioni biologici (in particolare tessuti, cellule, sangue) che forniscono strumenti essenziali per la ricerca perché possono favorire significativi avanzamenti nella definizione delle terapie personalizzate, diventate sempre di più il paradigma nella lotta contro il cancro. Ma la donazione di tessuti oggi è resa incerta e difficoltosa dall'assenza di regole certe e anche in Europa mancano standard comuni di riferimento. L'ammonimento arriva dal convegno a Palazzo Marino di Milano “Le Banche dei Tessuti: è possibile donare le proprie cellule per la ricerca?”, organizzato dalla Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) e dall'Associazione italiana di Oncologia Medica (AIOM).

Qatar ospiterà una delle più grandi biobanche al mondo
Il Qatar ospiterà una delle più grandi biobanche al mondo, con campioni di sangue, urine e altri tessuti di più di 100mila persone. Lo ha annunciato a Londra un rappresentante della Qatar Foundation for Education, Science, and Community Development, che ha finanziato il progetto realizzato in collaborazione con l'Imperial College di Londra. La biobanca, la prima di questo genere in un paese arabo, conterrà anche dati sulle esposizioni ambientali e gli stili di vita dei volontari, oltre che le loro cartelle cliniche: «Il Qatar è molto interessante dal punto di vista medico - spiega Elio Riboli, direttore della School of Public Health dell'Imperial College - perché sta avendo una rapida transizione verso gli stili di vita occidentali. I risultati degli studi che verranno fatti con i campioni della biobanca saranno interessanti non solo per la popolazione del Paese ma per tutta la comunità scientifica».

Colon retto
Il cancro del colon è diventato un po’ più vulnerabile grazie agli ultimi studi. Il terzo dei big killer fra i tumori, dopo quello del polmone nell’uomo e del seno nella donna, può essere aggredito in modo più efficace in modo da ridurre del 25% il rischio di recidive e guarendo così mille persone in più ogni anno in Italia. Lo dimostrano i risultati definitivi di due studi internazionali che sono stati presentati nell’ultimo congresso mondiale sui tumori gastrointestinali che si è svolto a Barcellona. Un paziente su quattro destinato ad andare incontro ad una recidiva guarirà definitivamente dal tumore del colon. La terapia che ha permesso di raggiungere questo risultato importante è già disponibile per i pazienti. La nuova arma che, se utilizzata subito dopo l’intervento chirurgico, riesce ad evitare una recidiva su quattro si basa sulla combinazione dei farmaci tradizionali con la più recente molecola a base di platino chiamata oxaliplatino, che agisce interferendo con il processo di divisione delle cellule che hanno una crescita rapida, come quelle tumorali e ne impedisce così la proliferazione. In passato, fino al ’98, il trattamento per questi tumori era effettuato con il florousacile e la sopravvivenza era di un anno. Oggi sono cambiati gli standard mondiali di trattamento. In Europa era stata già individuata la svolta data dal connubio del florousacile con l’oxaliplatino. Questo secondo ingrediente, secondo gli specialisti, ha raddoppiato la sopravvivenza media portandola da uno a due anni in stadio di malattia avanzata, ma anche adiuvando la riduzione del rischio di recidiva del 25%. Questi dati sono stati accolti con grande entusiasmo dagli esperti perché rappresentano un passo in avanti decisivo contro un tumore killer, che ogni anno provoca nel mondo oltre mezzo milione di morti e che in Italia ha un’incidenza di 75-80 casi su 100.000 abitanti, colpendo annualmente circa 41.000 persone (27mila uomini e 14mila donne), uccidendone 17.000. Oltre un terzo dei pazienti muore e solo fino a dieci anni fa la chirurgia era l’unica arma. Ma adesso, con questo importante progresso, le cose sono cambiate.

Torna ai risultati della ricerca