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Novità sulle tecniche di ricostruzione del seno dopo il tumore

Cristina Mazzantini, N. 4 aprile 2011

Protesi addio! Per le donne operate al seno per tumore, grazie alla ricostruzione con tessuti autologhi, è possibile avere un seno più naturale in termini estetici e senza le complicanze derivanti dall’uso di impianti protesici. I vantaggi delle nuove tecniche, in particolare di quella conosciuta come “ricostruzione con lembo DIEP”, acronimo dall’inglese (Deep Inferior Epigastric Perforator) che equivale a “vasi sanguigni perforanti epigastrici inferiori”, sono stati al centro del II Workshop Internazionale di ricostruzione del seno svoltosi recentemente a Roma.
All’incontro scientifico, presieduto dal professor Fabio Santanelli, titolare della cattedra di Chirurgia Plastica della II facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma e responsabile dell’Unità Operativa di Chirurgia Plastica all’ospedale Sant’Andrea di Roma, hanno partecipato esperti di fama mondiale come i professori Moustapha Hamdi, Plastic Surgery Department dell’University Hospital di Gent in Belgio e Hans Holström, pioniere della ricostruzione del seno con tessuti autologhi del Sahlgrenska Hospital dell’Università di Goteborg in Svezia. Per saperne di più sull’argomento abbiamo intervistato il professor Santanelli.

Professor Santanelli, nelle giornate romane si è parlato molto di una nuova tecnica di ricostruzione, quella con “lembo DIEP”. Di che si tratta?
«Innanzitutto va ricordato che non è nuova, ma si tratta di una presentazione statunitense del 1994. La metodica è però entrata a regime solo qualche anno dopo e si è andata diffondendo anche nei Paesi europei. Quindi non parlerei di novità, semmai del fatto che essa sia poco conosciuta e, ahimè, scarsamente eseguita in Italia. La situazione è ben diversa negli altri Paesi dove è assai diffusa. Un esempio fra tutti: la Finlandia. Qui, il “lembo DIEP” viene eseguito su circa il 90 percento delle donne operate per un tumore al seno. In Italia, noi dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, assieme ad altri pochi centri, siamo un’eccezione. Infatti, nella nostra “Breast Unit” (unità di senologia) la pratichiamo in modo programmatico dal 2004, con ben 250 interventi effettuati. Tuttavia sono ancora troppo pochi, perché rappresentano circa un terzo delle ricostruzioni mammarie che eseguiamo. Con il nostro 30 percento d’interventi siamo ben lontani dagli standard europei, specialmente filandesi».

Perché in Italia sono ancora in pochi a praticarla?
Come già accennato, è poco conosciuta perché tecnicamente molto sofisticata e con poche persone disposte a “sacrificarsi” per imparare a farla bene; inoltre è una metodica lunga che può durare circa cinque ore. Data la complessità è un intervento anche costoso e non adeguatamente retribuito dal Servizio Sanitario Nazionale. Inoltre, ancora non esiste un codice DRG, cioè il sistema remunerativo delle Regioni, che preveda il rimborso alle aziende ospedaliere, delle spese sostenute per le ricostruzioni mammarie eseguite immediatamente, ovvero durante l’operazione di asportazione del tumore».

Per migliorare la situazione non si può fare proprio nulla?
«Dal convegno arriva una buona notizia: il sottosegretario On. Francesca Martini, presente ai lavori, s’è impegnata a discutere con le Regioni affinché sia preso in considerazione un DRG per la ricostruzione mammaria immediata. Per cui è possibile che ben presto ci possa essere un rimborso. Ma non solo. È stato deciso che sarà istituito un Registro Nazionale per vedere quante ricostruzioni mammarie sono annualmente eseguite nel nostro Paese e di che tipo. In qualche modo si regolamenterà tutta la materia. Sarà il primo registro del genere al mondo. Ancora una volta, l’Italia potrebbe essere all’avanguardia e dare il buon esempio agli altri Paesi, europei e non».

Quando e come si effettua la ricostruzione da “lembo Diep”?
Di solito, ed è questo il vantaggio di tutte le metodiche di ricostruzione all’avanguardia che adottano i tessuti autologhi o autotrapianti, specialmente quella con “lembo DIEP”, la ricostruzione può essere completata contestualmente alla mastectomia. Ovvero si tratta di una ricostruzione immediata. Si evita in tal modo la fase d’attesa della ricostruzione che comporta notevole stress psicologico a una donna che, per mesi, si vedrà senza un seno. Rispondendo all’altra parte della domanda, posso dire che la tecnica si esegue prelevando l’adipe in eccesso dall’addome (la cosiddetta pancia) della stessa paziente. In pratica, si ricorre al prelievo di un’ellisse di cute e di grasso addominale al di sotto dell’ombelico. Si effettua, così, una vera e propria “addominoplastica estetica”, però un po’ più sofisticata, perché è necessario porre attenzioni tecniche particolari, in modo da prelevare assieme al tessuto adiposo anche il suo sistema di vascolarizzazione. Questi, infatti, viene poi rivascolarizzato dopo essere stato trasferito sulla parete toracica (dove si è in precedenza asportata completamente la mammella). Infine, viene rimodellato a forma di nuova mammella dall’aspetto molto naturale. Si tratta di un processo simile a quello di un trapianto d’organo. Infatti il sistema vascolare del tessuto adiposo (non muscolare, come in precedenza) della pancia è ricollegato al sistema vascolare del torace, in modo da dare un nuovo apporto ematico e far proseguire la normale ossigenazione dei tessuti. Così operando, si evita il pericolo della possibile intolleranza alle protesi al silicone, altrimenti nota come “reazione da corpo estraneo”. Infatti l’organismo, in molti casi, non riconosce la protesi, quindi la tenta di espellere. Inoltre abbiamo il vantaggio che la parete addominale inferiore, da dove è stato prelevato il lembo, è richiusa riposizionando l’ombelico e lasciando il ventre piatto».

Quali sono i vantaggi che tale tecnica può offrire?
«Soprattutto essa non ha tutti gli svantaggi legati all’uso della protesi. Queste, infatti, sono altamente incompatibili con la radioterapia che spesso può essere indicata come cura per la donna dopo un intervento per la rimozione del cancro al seno. Ma non è l’unico vantaggio. Nonostante non abbia le stesse funzioni della ghiandola mammaria che va a sostituire, il tessuto adiposo addominale è però molto simile ad essa in termini di consistenza a tatto, calore, comportamento in movimento. Il nuovo seno conserva tutti questi aspetti. Inoltre, come quello naturale, anche questo seno dimagrisce e ingrassa, e infine segue un naturale processo di senescenza, insieme al resto del corpo. Va ricordato inoltre che la cute del seno e dell’addome hanno, di solito, caratteristiche molto simili quale il colore.
Eventuali irregolarità del profilo o differenze di volume tra i due seni si possono risolvere in seguito con iniezioni riempitive di grasso, proprio preso in piccole quantità da altre parti del corpo con tecnica del “lipofilling”. E ancora. Le ricostruzioni con tessuti autologhi sono più sicure perché vanno incontro a meno infezioni rispetto a quelle con protesi».

Tutte le donne sono candidate alla ricostruzione con “lembo Diep”?
«Direi di no. Vi sono delle esclusioni del tipo: in assenza di adipe addominale, non avere la pancia ovvero essere molto magre; essere cardiopatica o avere disturbi respiratori; avere problemi circolatori. Eccezion fatta per queste, tutte le altre donne possono usufruire della metodica con i vantaggi sopradescritti. Quindi è compito del medico fornire l’informazione più completa possibile e indirizzare la donna verso la metodica più appropriata per il caso specifico. E ancora. Un’utenza femminile ben informata potrà anche richiedere al medico di avere il meglio disponibile sul territorio nazionale».

Due ore di sport a settimana salvano la vita
Che l'attività fisica faccia bene alla salute è noto a molti, ma forse pochi sanno che essa può ridurre il rischio di tumori della mammella e del colon. A rivelarlo è l'Organizzazione Mondiale della Sanità. Per poter ridurre l'incidenza di alcuni tipi di cancro, le nuove raccomandazioni consigliano di svolgere almeno 150 minuti a settimana di esercizio fisico di tipo aerobico per le persone dai 18 anni in su; 60 minuti a settimana di attività fisica di maggiore intensità, invece, per i ragazzi dai 5 ai 17 anni.
«Il 31 percento della popolazione nel mondo», ha spiegato Ala Alwan, vice direttore generale per le malattie non trasmissibili e la salute mentale, «non è fisicamente attiva e l'inattività fisica è il quarto fattore di rischio in ordine d’importanza tra tutti i decessi a livello mondiale». Basta pensare che essa è associata ad oltre 3,2 milioni di decessi all'anno (di cui 2,6 milioni in Paesi a basso e medio reddito), a più di 670mila morti con età inferiore ai 60 anni e a circa il 30 percento di diabete e malattie ischemiche del cuore.
Il professor Chris Wild, direttore dell'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), inoltre, pone l'accento su come l'inattività fisica sia sempre più un problema di salute pubblica e, di conseguenza, su come ci sia bisogno d’intervenire a livello sociale, e non solo individuale, per cambiare abitudini personali e consuetudini sociali.

Dieci anni di anastrozolo
Sono stati pubblicati su The Lancet Oncology i dati di follow-up a dieci anni dello studio ATAC (Arimidex, Tamoxifen, Alone or in Combination), uno degli studi di più lunga durata e ampiezza al mondo sulla terapia adiuvante iniziale con inibitore dell’aromatasi (IA) nelle donne in post-menopausa con carcinoma mammario precoce.
I risultati, comunica una nota di AstraZeneca, l'azienda produttrice, «confermano la superiore efficacia a lungo termine e il consolidato profilo di sicurezza di anastrozolo rispetto a tamoxifene», anche oltre il termine del trattamento. Lo studio, aggiunge la nota, dimostra inoltre «l’effetto immediato dei benefici di anastrozolo rispetto a tamoxifene» e la sua efficacia protratta fino a cinque anni dal termine del trattamento, un periodo significativamente più lungo rispetto a quanto valutato in ogni altro studio sugli IA adiuvanti in tale contesto

L’allattamento riduce le recidive
Sono ben noti i benefici dell'allattamento al seno per i neonati, a partire dal supporto allo sviluppo del sistema immunitario. Ma l'allattamento al seno fa bene anche alla mamma. Oltre a favorire la serenità, a rafforzare il legame affettivo con il neonato, aiuta le madri colpite da tumore infantile. Uno studio americano condotto presso il St. Jude Children's Research Hospital ha infatti dimostrato che l'allattamento al seno ha un effetto positivo nelle donne che da piccole sono guarite da un cancro e per questo è tra i comportamenti da consigliare a queste donne. Grazie ai notevoli progressi in questo campo, riesce a sopravvivere l'80 percento dei bambini a cui viene diagnosticato un tumore infantile, anche se rimane il rischio di effetti collaterali futuri connessi alle terapie. Gli studiosi, come si legge sul Time online, sostengono che l'allattamento al seno aiuta contro questi rischi, in particolare migliora la densità ossea, riduce il rischio di obesità e di malattie cardiache e può anche limitare il rischio di recidive tumorali e di cancro al seno.

Buone speranze da un nuovo farmaco
Ancora in fase di sperimentazione, una molecola testata su 680 pazienti avrebbe dato buoni risultati rallentando la diffusione della malattia e allungando la vita di sei mesi. Si tratta di una ricerca americana. Grazie alla capacità di bloccare un gene caratteristico delle cellule del tumore alla pelle, un nuovo farmaco, ancora in fase di sperimentazione, sarebbe riuscito ad allungare di sei mesi la vita di pazienti affetti anche dalle forme più gravi di melanoma. A dimostrarlo sono stati i risultati preliminari dello studio, resi noti dalla casa farmaceutica produttrice. Sviluppato dalla Plexxikon, una piccola azienda di Berkeley, California, che fa ricerca nel campo delle biotecnologie, il farmaco sembra agire in modo specifico nei confronti di una mutazione tipica di chi soffre di melanoma, anche in fase avanzata. I buoni risultati ottenuti in queste prime fasi di sperimentazione fanno ben sperare l'azienda produttrice Roche per una rapida autorizzazione alla commercializzazione. Il melanoma maligno è la forma più grave di cancro alla pelle. Se preso in tempo si hanno buone probabilità di guarire, ma se le cellule tumorali si sono già diffuse, allora la sopravvivenza è molto bassa. Il nuovo farmaco, chiamato RG7204, agisce su un gene mutato, il B-RAF, presente in circa la metà di tutti i casi di melanoma. Dai risultatati preliminari è emerso che la nuova terapia è riuscita a diminuire la diffusione del tumore nel 70 percento dei pazienti trattati.

Il tumore dell’ovaio e la chemioresistenza
Uno studio, condotto dai ricercatori dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, getta nuova luce sui meccanismi molecolari che causano la chemioresistenza nei tumori ovarici. I risultati, pubblicati su Clinical Cancer Research, indicano come il farmaco molecolare zibotentan, agendo da inibitore di un recettore, riesca a ripristinare la sensibilità ai chemioterapici nelle recidive di carcinoma ovarico chemioresistenti e mandare così in apoptosi (morte cellulare) la cellula neoplastica.
La neoplasia ovarica è la più aggressiva tra i tumori ginecologici con 165.000 nuovi casi nel mondo l'anno e 4.000 in Italia. Un'alta percentuale delle pazienti mostra una ricomparsa del cancro a causa dell'instaurarsi della resistenza ai farmaci chemioterapici.
La ricerca ha dimostrato che lo zibotentan, già in corso di sperimentazione a livello internazionale, è in grado di bloccare selettivamente il recettore A dell'endotelina. Non solo: in terapia combinata con paclitaxel e carboplatino, i più utilizzati per il trattamento del carcinoma ovarico, ha ripristinato la sensibilità a questi due chemioterapici. «Ora sappiamo che il blocco del recettore A dell'endotelina può permettere al farmaco di mandare in apoptosi la cellula neoplastica e può rappresentare una scelta appropriata nel trattamento del carcinoma ovarico per aggirare e sconfiggere la farmaco resistenza», ha sostenuto Anna Bagnato che ha coordinato assieme Laura Rosano lo studio. Il progetto è stato finanziato dall'Associazione italiana ricerca sul cancro.

Scoperto il gene che provoca metastasi
Si chiama WWP2 e ormai è soprannominato il “gene-canaglia”, perché responsabile della propagazione dei tumori, ovvero delle metastasi: è questa la scoperta di un gruppo di ricerca dell'Università dell'East Anglia (Regno Unito), i quali hanno trovato il gene in alcune cellule cancerose e hanno dimostrato che questo attacca la proteina che normalmente ha il compito di frenare la diffusione della malattia. I risultati sono stati pubblicati su Oncogene Monday. Quello che distingue un tumore benigno da uno maligno e che rende quest'ultimo, in molti casi, mortale, è la possibilità che la malattia si diffonda nell'organismo, in quanto alcune cellule cancerose si distaccano dal tumore primario, ovvero la sede dove la patologia è iniziata e si dirigono verso altri organi, riproducendosi a loro volta e quindi allargando a macchia d'olio il male. Il fenomeno, noto come metastasi, rende incontrollabile il tumore che diventa dunque molto difficile da eliminare. In un test di laboratorio i ricercatori hanno dimostrato che, bloccando il gene WWP2, i livelli della naturale proteina inibitrice delle metastasi erano potenziati e le cellule cancerose restavano silenti.

Cani che scovano il cancro alla prostata
Il cane dimostra, ancora una volta, di essere il miglior amico dell'uomo. Un gruppo di ricercatori e medici francesi ha, infatti, scoperto che grazie alle loro capacità olfattive, i cani possono essere alla base di test affidabili per l'individuazione precoce di un cancro alla prostata. Già da qualche tempo, un'équipe di medici ed esperti biochimici, guidati da Olivier Cussenot, professore di urologia oncologica presso l'ospedale Tenon di Parigi, hanno sperimentato questo metodo, ricorrendo a un cane per migliorare i test biochimici utilizzati in laboratorio per l'identificazione del tumore. Per questo, il cane, un pastore belga, lo stesso a cui si fa affidamento per l'individuazione di esplosivi, stupefacenti, o persone sepolte dalle valanghe, viene addestrato per riconoscere le urine. «A Orleans, l'aviazione militare francese ha già formato un cane che è capace d’individuare il cancro alla prostata. Un secondo è in corso di addestramento», ha dichiarato il professor Cussenot al quotidiano La Croix. Secondo uno studio che lo stesso professore ha co-firmato per la rivista European Urology, il margine di successo degli amici a quattro zampe nel depistaggio di un cancro alla prostata è del 91percento.«Siamo rimasti molto colpiti dalle performance di questi animali. Nessun altro test raggiunge questi risultati», ha aggiunto il medico francese.

Un video per smettere di fumare
La lotta al vizio del fumo si fa con ogni mezzo, anche quello dei nuovi media. Ed è proprio l'addio alle sigarette il cuore del concorso “Se la spegni, ti accendi”, voluto dalla Lega italiana lotta tumori (Lilt) di Milano per commemorare lo storico chirurgo e presidente Lilt Gianni Ravasi, a un anno dalla sua scomparsa.
Presentato a Milano, il concorso partirà a marzo ed è patrocinato dalla Fondazione Pubblicità Progresso. Lo scopo è premiare la migliore produzione video che rielabori e racconti, in maniera creativa e utilizzando i new media, il tema della lotta al fumo. L'obiettivo è di coinvolgere attivamente i giovani, stimolandoli a diventare in prima persona ambasciatori sul territorio del messaggio promosso dalla Lilt: Prevenire è vivere. Oltre al concorso, alla memoria del professor Ravasi è stata intitolata anche una borsa di studio destinata a un giovane ricercatore, impegnato nel campo dei tumori polmonari, affinché possa perfezionarsi all'estero.
Gianni Ravasi è stato uno dei pionieri della chirurgia toracica dei tumori e per 30 anni ha guidato la Lilt milanese. «A un anno dalla sua scomparsa», ha raccontato Marco Alloisio dell'Istituto Humanitas di Rozzano, che è stato tra i suoi allievi «è commovente vedere quanta gente è venuta a commemorarlo. Le sue doti pionieristiche sono riconosciute in tutto il mondo. Era un uomo che aveva il bisturi “attaccato” al Dna. Ci ha insegnato il mestiere e non è mai stato geloso dei nostri successi, anzi veniva coinvolto e ci coinvolgeva in progetti ambiziosi e di grande rilevanza. Non è un caso», ha concluso Alloisio «se poi quasi tutti i suoi allievi hanno raggiunto posizioni importanti nel campo della medicina e della chirurgia toracica in particolare e se ancora oggi in sala operatoria si usano i frutti del suo prezioso insegnamento».

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